Bersalpini e Alpini della 216ª compagnia anticarro, Divisione Tridentina 1942-43

Le fonti per questo mio articolo provengono da dattiloscritti in mio possesso del settembre 1975 e del 1981 (ricordi di Ugo Morini - Bolzano), nell’articolo del giornale L’Alpino del novembre 1988 del Col. Ugo Morini (Fig.A), mentre sul web è possibile trovare la storia della 216ª Compagnia anticarro, proveniente dal 7º Reggimento Bersaglieri. La vicenda di questa Compagnia Bersaglieri è più unica che rara, infatti essa venne integrata con l’aggiunta di Alpini delle salmerie nella Divisione Tridentina del Corpo d’Armata Alpino impegnato sul Fronte Russo: l’intera Compagnia dovette poi transitare nel Corpo degli Alpini, rinunciando al piumotto dalle molte piume dei Bersaglieri per il cappello alpino con una sola penna nera.

Come narra l’allora suo Comandante Capitano Ugo Morini la cosa avvenne con molta sofferenza e la Compagnia motorizzata incamerò anche ottantasei Alpini conducenti muli provenienti dalle salmerie dei Battaglioni Valchiese, Verona e Vestone. Da quel momento sono esistiti i Bersalpini con uomini provenienti perlopiù dalle stesse zone di reclutamento: una fusione di due specialità gloriose dalle diverse caratteristiche, ma con gli stessi sentimenti di spirito di corpo e di attaccamento al dovere, entrambe tanto hanno dato al servizio della Patria. Nel marzo del 1873 entrarono ufficialmente a far parte del Regio Esercito le prime 15 Compagnie distrettuali di Alpini tra l’altro costituite anche da sottufficiali, graduati e soldati anziani già in servizio in Fanteria e nei Bersaglieri nati nelle Valli alpine, nonché da Ufficiali di cui cinque provenienti anch’essi dai Bersaglieri.

Dopo aver rinunciato alle mostrine dei Bersaglieri per quelle verdi degli Alpini, con la sola concessione di mantenere le fiamme cremisi nel risvolto del colletto (Fig 1), oltre a un piccolo distintivo in forma di fez da apporre all’occhiello del taschino sinistro, nel distaccamento del Deposito del Sesto Alpini a Caprino Veronese la 216a ricevette i muli: in fondo erano delle vecchie conoscenze, i Bersaglieri avevano in organico dei muli già successo nella Prima Guerra mondiale.

Le disposizioni di impiego della specialità Bersaglieri prevedevano già dall’800 che scalassero le montagne, in un Piemonte che di montagne ne aveva da vendere, ma che avessero sia i muli che la penna alpina ancora non si era mai visto prima. Sembrerà anacronistico, ma durante la seconda guerra mondiale gli italiani e principalmente i tedeschi utilizzarono moltissimi traini animali. Nelle retrovie l’uso da parte dei tedeschi del cavallo era molto comune e metà del merito dell'avanzata in Russia, va anche a questi animali e alle gambe dei soldati. Trainavano cucine, carri, armamenti, munizionamenti e altro, che di volta in volta si prestava in mancanza di traino meccanico. I cavalli e i muli per la Cavalleria e per il Corpo degli Alpini provenivano da una struttura per lo stallaggio esistente già nei primi dell’800 detto Barchessone vecchio a S. Martino Spino nei pressi di Mirandola, nella pianura modenese. Di questi edifici adibiti a stalla e fienile ve n’erano altri 6 dal 1885 e successivamente per l’istituzione del 5° Deposito Allevamento Cavalli dell’Esercito al quale affluivano migliaia di cavalli e muli dai vari stallaggi per la finitura. Questo centro raggiunse la massima espansione alla fine della Grande Guerra, ma continuò a funzionare fino al secondo dopoguerra. È rimasto in vita solamente il centro di Grosseto, nato nel 1865 come deposito permanente al rifornimento di quadrupedi per il Regio Esercito. Dei complessivi sette barchessoni, fino ad alcuni anni or sono, ne rimanevano quattro, restaurati; nel frattempo i muli sono stati radiati dal servizio per scelta, mentre ancora adesso negli USA si ripropone il loro utilizzo per le truppe da montagna.                                                                         

Per alcuni giorni i Bersalpini dovettero governare gli animali assegnati attendendo gli ottantasei conducenti alpini provenienti dalle salmerie del 6° Reggimento, per lo più induriti esperti veterani che già avevano combattuto sul tremendo Fronte greco-albanese. Anche i nuovi arrivati si dimostrarono insofferenti e ritrosi di trovarsi in mezzo a dei Bersaglieri motorizzati, ma con l’aiuto dei graduati degli sconci l’armonia si compose ben presto nell’assolvimento del dovere e nella capacità di intesa dovuta alle stesse tradizioni regionali di provenienza. I conducenti alpini erano comandati dal Sottotenente Dario Agostini (Fig.2), trentino di Levico. Riunitasi ai reparti della Tridentina ad Asti, la 216ª Bersalpini ebbe il modo di presentarsi al Comandante di Divisione, Generale Reverberi, ricevendone i complimenti e l’incitamento.                                                            

Sul Fronte Russo la 216ª Compagnia Bersalpini fu smistata a Dacia presso il Comando del 6° Alpini, a Podgornije gli autisti con l’autocarreggio, mentre l’accantonamento dei muli e dei loro conducenti fu di stanza sulla linea verso Belogorje, dove gestiva i pezzi anticarro 47/32 aggregati in due plotoni ciascuno ai Battaglioni Valchiese e Verona. In tal modo ai conducenti delle salmerie della 216ª toccavano percorsi di 20 e più Km per tutti i trasporti necessari spesso in condizioni climatiche proibitive ed anche nelle ore notturne.                                                                                                    

Il 17 gennaio 1943, dopo lo sfondamento delle linee tenute dagli Ungheresi da parte dei Russi, il Comando Compagnia e gli autisti si riunirono, mentre i plotoni anticarro operarono contro i Russi col Battaglione Verona e con la 33a Batteria del Bergamo e successivamente a Sceljachino con il Battaglione Edolo, il Vestone ed il Valchiese. Durante il ripiegamento combatté con il Morbegno e poi con i resti della Divisione Cuneense. Molti si dispersero, tra questi anche il Comandante Morini, e in pochi rimasti furono catturati in zona Waluiki. Dei 245 effettivi oltre al Sottotenente Dario Agostini, poi ferito a Nikolajewka e riuscito a rientrare in Patria, sono da annoverare i trentini Bernardi Ernesto, Cristofolini Dario e i deceduti in terra russa Grigolli Enrico da Mori, gli Alpini Taufer e Vallese Ferruccio.                                                                                                                                           

Agostini raccontò che il 27 gennaio 43, trovandosi al comando degli Alpini della 216ª aggregati in quel momento al Battaglione Verona e appostati dietro il costone della ferrovia che sovrastava Nikolajewka, all’inizio dei combattimenti per uscire dalla sacca ordita dai Russi fu ferito da schegge di mortaio e trasportato dove sostavano le slitte. Fu uno dei primi feriti a Nikolajewka, ricevette il conforto e l’assoluzione da Don Gnocchi e perse conoscenza. Come è successo anche a mio padre ferito allo stesso modo, il sangue coagulato per il freddo polare gli consentì di non morire dissanguato e a sera si svegliò in un’isba piena di feriti. Al mattino successivo i feriti furono caricati sulle slitte dai propri conducenti. Anch’egli fu caricato su una slitta già carica di feriti da un conducente comandato, di poche parole, ma di conforto e di incoraggiamento che per giorni e giorni al procedere lento della colonna si prese cura di lui come degli altri feriti fino a Karkov dove arrivò una colonna a prelevarli e portarli all’ospedale. Del conducente salvatore Agostini non seppe mai il nome né il reparto, ma solo l’altruismo e l’abnegazione.

Salvo miei errori o omissioni, alla partenza dall'Italia la 216ª Compagnia Bersalpini contava 245 uomini, compresi gli 87 Alpini trasferiti alla Compagnia: metà di essi circa riuscirono ad uscire dalla sacca. Dell'altra metà ritornarono in patria, nel 1946 solamente tre. Al netto di quelli rimasti in Italia per frequentare un corso guastatori, 85 risulterebbero i Reduci, mentre 118 i Caduti al Fronte, 22 risulterebbero dispersi e 45 sarebbero i dispersi non conosciuti, quasi tutti conducenti Alpini.

Pietro Luigi Calvi

 

   Fig. 1.png           Fig. 3 il Ten. Agostini.png

       Fig. 1                                              Fig. 2