Operazione "Trio" parte Prima

A beneficiare maggiormente della disgregazione del Regno di Iugoslavia , operata dalle forze dell'Asse con l 'invasione dell'aprile 1941, fu la Croazia, riconosciuta indipendente con u n 'estensione territoriale superiore a quella della Serbia, poiché il nuovo Stato croato includeva anche la Bosnia-Erzegovina. Men tre la Serbia rientrò nell'orbita tedesca , lo Stato Indipendente Croato doveva formalmente stringere maggiori legami con l'Italia, come provato dalla nomina di Ante Pavelié - antico alleato del regime fascista - a capo del governo e dalla destinazione di un principe della dinastia Savoia alla reggenza del costituendo Stato (1).

In realtà, la formazione dello Stato Croato e la sua organizzazione interna furono decisi dai tedeschi, ai quali si doveva 1'occupazione della capitale Zagabria e la distruzione, operata in pochi giorni , del grosso dell'Esercito iugoslavo nella guerra d'aprile (2).

Hitler , pur proclamando il disinteresse della Germania nei confronti del la Croazia e lasciando la delimitazione dei confini occidentali del nuovo stato ad accordi bilaterali italo-croati, intese incorporare lo Stato di Pavelié nel sistema politico-economico del Terzo Reich(3).

La linea di demarcazione stabilita dal Führer che divideva in due parti la Croazia, separando la zona di influenza italiana da quella tedesca , pose sotto controllo germanico le aree più ricche e industrializzate del paese . La penetrazione economica fu accompagnata da  quella politica e propagandistica al fi ne di attrarre il movimento ustafo che dirigeva lo Stato Indipendente Croato nella sfera d 'influenza tedesca (4).

Tale opera fu facilitata dai lunghi tra­ scorsi asburgici delle regioni croate e dalle conflittuali relazioni tra nazionalità slave e italiana (quest'ultimo elemento, peraltro , era grandemente minoritario e confinato quasi esclusivamente in alcune città costiere della Dalmazia) (5).

L'annessione imposta dagli italiani delle città di Spalato ( Split) , Sebenico ( Sibenik) e di una ristretta fascia costiera dalmata, irritò in modo particolare i croati, scavando un ulteriore solco tra i due Stati formalmente alleati e aprendo le porte all'espansione tedesca verso la zona d'influenza italiana. Nonostante i sentimenti filo-italiani del Poglavnik e della ristretta cerchia dei suoi intimi, le correnti periferiche, ustasci e non , continuano a ritenere la Croazia vittima dell'imperialismo italiano. Ciò tiene desta un 'attiva propaganda irredentista per la Dalmazia , mentre si nota un palese ostruzionismo nei nostri confronti [...] Anche la notizia che l 'organizzazione militare croata dovrebbe essere a noi affidata ha pro­ vocato malcontento perché si ostenta di credere che noi non se ne possegga né preparazione né capacità tecnica sufficiente (6).

Nonostante questa e molte altre informative del SIM (Servizio Informazioni Militare), il governo italiano intese procedere all'annessione di buona parte del litorale dalmata , la cui assegnazione nel primo dopoguerra al Regno dei Serbi Croati e Sloveni aveva a lungo alimentato la propaganda fascista e nazionalista della cosiddetta "vittoria mutilata". I territori annessi furono accorpati a Zara (Zadar) , italiana già dal termine della Grande Guerra , e a Cattaro (Kotor) a formare il Governatorato della Dalmazia. La provincia di Fiume (Rijeka), anch'essa italiana dal 1924, fu ampliata con nuove aree compresa la città di Sussak (Sufok). Il territorio croato occupato dalla 2" Armata ad occidente della linea di demarcazione italo-tedesca era diviso in due zone chiamate rispettivamente "seconda zona" e "terza zona". La seconda zona era compresa fra i territori annessi all'Italia ("prima zona") ed una "linea di demilitarizzazione" che correva a circa 50 Km. di profondità dai limiti della "prima zona".

La spartizione e la relativa occupazione dei territori iugoslavi da parte delle potenze dell'Asse fecero sì che gli attriti tra i vari gruppi etnici e confessionali, cui si aggiunsero anche istanze ideologiche e politiche , crebbero rapidamente, tanto da provocare una lunga serie di conflitti locali a carattere di guerra civile. In Croazia, tali conflitti portarono ad una vera e pro­ pria persecuzione delle popolazioni serbo-ortodosse e di religione ebraica da parte delle formazioni nazionaliste ustafo che, con il consenso più o meno esplicito del governo di Zagabria , presero a devastare intere zone e a sopprimere barbaramente gli abitanti di interi villaggi.

Da parte loro, anche se su scala minore, i nazionalisti serbi presero a perseguitare le genti di fede musulmana e la popolazione croata residenti nei propri territori. I vecchi attriti esistenti tra i vari gruppi nazionali , il frazionamento di tali gruppi in fazioni di opposte tendenze politiche, l'irredentismo latente delle popolazioni annesse a Stati di cui componevano una minoranza nazionale, il sentimento di reazione ai soprusi croati e tedeschi, lo spirito di vendetta per i torti recentemente subiti, il rifiuto delle occupazioni da parte italiana e tedesca di larghi territori a predominanza slava, la notevole disponibilità di armi e di munizioni da parte di tutti in seguito al disfacimento dell'Esercito iugoslavo, l'istinto guerriero ed orgoglioso delle popolazioni avvezze per secoli a combattere dominazioni straniere, non potevano non portare ad un vero caos politico-militare . Così, già a partire dall'estate 1941 si crearono focolai di tensione in tutto lo Stato croato tra reparti ustafo e domobrani (l'Esercito regolare) di Pavelié, milizie di cetnici serbo-ortodosse, bande partigiane comuniste e truppe italo-tedesche, che presto dilagarono anche nelle regioni sottoposte al controllo del Regio Esercito e della Wehrmacht. Di fronte alla debolezza del governo croato, che faticava a tenere sotto controllo la seconda e terza zona, gli italiani si videro costretti nel corso del 1941 ad allargare a queste zone la propria occupazione , comportandosi spesso più come forza di interposizione tra i contendenti croati e serbi, che come potenza alleata del governo di Zagabria. I comandi italiani arrivarono a stringere rapporti sempre più stretti coi nazionalisti cetnici che, pur combattendo i croati, mostra­ vano avversità ancora maggiore contro i partigiani comunisti. Ciò alimentò ancor di più il risentimento croato nei confronti dell'azione militare italiana (7).

Particolarmente duro per gli occupanti dell'Asse fu l'inverno del 1942. Dei rigori del clima che impedivano alle forze regolari di manovrare liberamente a causa della neve, approfittarono soprattutto i partigiani, che ebbero modo di rafforzare la propria organizzazione e porre sotto assedio numerosi presidi . A primavera, però, le forze italo-tedesche-croate passarono alla controffensiva. A gennaio del 1942 il generale Vittorio Ambrosio fu sostituito dal generale Mario Roatta al comando della 2a Armata (8).

Il cambio del comandante giovò notevolmente e le forze italiane assunsero un atteggiamento molto più aggressivo e determinato. Roatta, orientato più alle azioni offensive che alla difesa statica del territorio, concertò sia piani d'operazione che implicavano l'impiego esclusivo di truppe italiane, conte il piano "Primavera" da svolgersi in Slovenia, sia piani d'operazione da attuare in collaborazione con le forze alleate croate e tedesche in Bosnia , come il piano "Trio".

1. Il prescelto, Aimone d'Aosta duca di Spoleto, designato come Tomislav II di Croazia, non metterà mai piede a Zagabria. Si ve­ da in merito Giulio Vignoli, Il sovrano sconosciuto. Tomislavo lf re di Croazia, Milano, Mursia , 2006.

 

2. L'offensiva italiana contro la Iugoslavia era partita in netto ritardo, quando i tedeschi erano già giunti a Zagabria e l'esercito di Belgrado aveva ceduto di schia!1to sotto i colpi delle divisioni corazzate e dell'aviazione germanici. Sulle operazioni italiane si veda Salvatore Loi, Le operazioni delle unità italiane in Iugoslavia (1941- 1943), Roma, SME Ufficio Storico, 1978.

 

3. Nel 1943 1'80% delle esportazioni croate erano destinate al­ la Germania. I tedeschi possedevano partecipazioni in 503 imprese croate contro le 18 dell'Italia. Si veda Davide Rodogno , Il nuovo ordine mediterraneo. Le politiche di occupazione dell'Italia fascista in Europa (1940- 1943), Torino, Bollati Boringhieri, 2003 , pag. 299.

 

4. Gli ustafa ("insorti") erano i seguaci di Pavelié; un 'organizzazione separatista croata clandestina che in precedenza non aveva disdegnato l'utilizzo del terrorismo (eclatante l'assassinio del re jugoslavo nel 1934 a Marsiglia) per il raggiungimento dei propri fini politici, ovvero l'indipendenza della Croazia. Sui rapporti tra ustafa e fascismo si veda Pasquale  Iuso,  Il fascismo g li ustascia 1929-1941. Il separatismo croato in Italia , Roma , Gangemi editore, 1998.

 

5. I vertici ustafo vedevano nella Germania il loro naturale alleato sia per gli antichi legami asburgici e per la cultura tedesca, sia perché il Reich non sembrava accampare mire territoriali sulla Dalmazia. Si veda in generale .Alberto Becherelli, Italia e Stato Indipendente Croato , Roma, Nuova Cultura, 2012.

 

6. Promemoria ali 'oggetto Slovenia e Croazia. Sintesi della situazione , in data 16 giugno 1941, Comando Supremo - Servizio Informazioni Militare.

7. Mussolini cercò di barcamenarsi tra il Ministero degli Esteri italiano ed i tedeschi che appoggiavano una linea filo-croata ed i comandi militari sul campo, più propensi ad una alleanza con i éetnici. Sui rapporti tra l'Esercito italiano e le bande nazionaliste serbe si veda Stefano Fabei , I cetnici nella seconda guerra mondiale. Dalla Resistenza alla collaborazione con l 'Esercito italiano , Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 2006.

8. Ambrosio fu designato a ricoprire la carica di Capo di Stato Maggiore dell'Esercito , proprio al  posto di Roatta.

Scritto da Filippo Cappellano

Per gentile concessione dell’autore e delle edizioni “Storia Militare”